
7) Carneade. La giustizia.
    Tutto l'episodio dell'ambasceria viene inserito da Cicerone in
un dialogo - significativamente intitolato De re pubblica (Sullo
stato) - che egli immagina avvenuto fra Scipione e alcuni suoi
amici. La posizione di Carneade viene riportata da uno degli
interlocutori, di nome Filo. Questa parte del dialogo ci 
pervenuta con numerose lacune e ne conosciamo l'essenziale solo
perch possiamo usufruire di altre fonti, soprattutto Lattanzio e
Agostino, che si rifanno direttamente all'opera di Cicerone. Per
questo alcuni particolari non sono chiari; risulta comunque
evidente la forte impressione per questo episodio che dopo cento
anni ancora perdurava nel ricordo dei Romani. E' significativo il
fatto che Cicerone attribuisca l'efficacia dei ragionamenti di
Carneade anche all'ignoranza dei suoi ascoltatori nel campo della
filosofia

Cicerone, De re publica, terzo, 6-7 (vedi manuale pagine 189, 190-
191).

1   Mandato ambasciatore dagli Ateniesi a Roma, [Carneade]
discusse con abbondanza d'argomenti intorno alla giustizia in
presenza di Galba e di Catone il Censore, che erano allora i pi
grandi oratori. Ma il medesimo all'indomani capovolse la
discussione ed annient quella giustizia di cui aveva tessuto
l'elogio il giorno precedente, non certo con quella gravit
filosofica che deve essere salda e coerente di pensiero, ma alla
maniera, per cos dire, retorica, propria dell'esercitarsi nel
discutere il pro ed il contro di una tesi; cosa che egli era
solito fare per poter confutare gli avversari qualunque cosa
affermassero. <...>.
2   Poich si ignorava che cosa fosse, onde scaturisse, qual
compito avesse, questa somma virt [la giustizia], cio bene
comune a tutti, la attribuirono a pochi e dissero che essa non
partecipava di alcun vantaggio suo proprio, ma si indirizzava
soltanto al comodo altrui. E non senza ragione comparve Carneade,
uomo dotato di eccezionale genialit ed acume, a confutare il
pensiero di costoro ed a distruggere la giustizia, che non aveva
stabile fondamento, non gi perch pensasse che essa dovesse
essere ingiuriata, ma per dimostrare che i suoi difensori
discutevano intorno alla giustizia senza avere alcun fondamento
certo e solido.
 (Cicerone, Opere politiche e filosofiche, UTET, Torino, 1953,
volume I, pagina 173)

